Vogliamo parlare oggi della figura della giovane fiorentina Giulia degli Albizzi. Un nome che dirà qualcosa a pochi, come quello di altre donne sfruttate dai potenti e poi rinnegate.
Giulia nacque nel 1563, probabilmente figlia di una serva della casata, e venne abbandonata nella “pila” dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze. Si crede che suo padre fosse Luca degli Albizzi, appartenente a una famiglia fortemente ostile ai Medici, che allora erano al potere.
Ma quello che la riporta oggi in auge non è la sua nascita bastarda o un matrimonio ben orchestrato o perché fosse un’artista dimenticata e oggi riscoperta o ancora per qualche intrigo politico da lei stessa condotto.
Giulia degli Albizzi ha avuto l’attenzione degli ambasciatori che conversavano con le più rilevanti corti italiane del XVI secolo e il suo nome appare sulle lettere private di Medici, Estensi, Farnese e Gonzaga per essere stata la vittima scelta di uno stupro programmato. Si trattò di una violenza attentamente pianificata e attuata sul corpo della giovane donna, priva di qualsiasi difesa familiare, e fatta passare per una lecita trattativa politica.
La vicenda fu stampata scherzosamente in libelli, riportata in modo semi-buffo in madrigali e se ne scherzò nelle lettere ufficiali dei legati.
Il soggetto della questione rimase sempre Vincenzo Gonzaga e la prova a cui lui dovette sottomettersi, mentre l’altra faccia della medaglia, la giovane Giulia, fu sempre considerata alla stregua delle lenzuola che avevano coperto il letto del misfatto.
La vicenda storica
Vincenzo I Gonzaga sposò a diciannove anni la tredicenne Margherita Farnese, figlia del duca di Parma Alessandro Farnese. Tuttavia, due anni dopo, il matrimonio venne annullato per non essere stato consumato. La questione divenne spinosa: i Gonzaga volevano che Margherita se ne andasse, mentre i Farnese consideravano lo scioglimento un affronto alla loro casata e sparsero la voce che la mancata consumazione fosse da attribuire all’impotenza dello sposo.

Vincenzo I Gonzaga si distinse fin da giovanissimo per la sua prodigalità, per i suoi eccessi, così come per il suo amore per il lusso più sfrenato e per i divertimenti anche volgari. Memorabili furono i suoi banchetti con belle signore e le gite notturne in compagnia di amici, che spesso finivano in risse.
Una supposta impotenza era quindi improbabile.
Il Gonzaga era uomo di facili costumi e tanto si perpetuò la sua fama che, a metà Ottocento, Francesco Maria Piave, librettista del Rigoletto, opera tratta dal dramma di Victor Hugo “Le roy s’amuse” e musicata da Giuseppe Verdi, dovendo subire a Venezia la censura austriaca su l’originaria ambientazione, si riferì proprio a lui come esempio di dissolutezza.
Annullato il primo matrimonio, Mantova non poteva restare senza duchessa e senza eredi. Venne quindi prescelta per le seconde nozze la cugina di Vincenzo, Eleonora de’ Medici, figlia del granduca di Toscana, ma costui, forse imbeccato dalla moglie Bianca Cappello, pretese dal Gonzaga una prova di virilità fisica, senza la quale il matrimonio non si sarebbe celebrato.
Venne scelto un territorio neutro, Venezia, e come giudice e testimone Cesare d’Este. In questa intricata vicenda, venne inserito da parte medicea il cavaliere Belisario Vinta, incaricato di trovare una vergine adatta per accertare le doti virili del futuro sposo. La fanciulla venne cercata tra le orfane per ovviare alla difesa dell’onore che una famiglia onesta avrebbe potuto esercitare.
Così, come si andava a scegliere la carne al banco del mercato, il Vinta scrisse al Granduca di Toscana:
“Nelli Innocenti et in più altri spedali non habbiamo trovato cosa buona, essendo tutte sgraziate, rognose, et di così male carni et fattezze da far nausea. Solamente nelle Abbandonate, che stanno dove stavano le monache del Ceppo, n’habbiamo trovate due che non ci dispiaceno a fatto, ma sono di ventuno anno”
Infine viene scelta Giulia detta di Casa Albizzi, di 21 anni. Di lei non si conserva immagine, se non nelle parole del Vinta:
« (…) è grande, ha cera nobile, né magra né grassa, ha viso da piacere, al mio giuditio (…) allevata bene, però modesta e vergognosa, pure par desta, di conoscimento et di spirito et di speranza che la s’abbia a lasciare ammaestrare».
Ammaestrare
Per Giulia si confezionò un abito ricamato e le venne promessa per il “disturbo” una dote di 700 scudi, ma alcuni testi riportano 3.000 scudi, che sarebbero naturalmente andati al marito che le avrebbero procurato dopo “la prova”.


La sera dell’11 Marzo 1584 Vincenzo, anch’egli ventunenne, arrivò all’appuntamento nella casa dell’ambasciatore del Granducato di Toscana a Venezia accompagnato dai suoi «con tracotanza e sicurezza», pieno di cibi piccanti e ostriche considerati afrodisiaci e con qualche bicchiere di troppo.
Il primo tentativo finì male, alle ore 19, il futuro duca di Mantova uscì dalla camera piegato in due dicendo: «Ohimè, sto male».
Vincenzo ebbe una seconda occasione quattro giorni dopo, in modo che avesse tempo di rimettersi in forze e il 15 marzo 1584 la “prova” si ripeté. Questa volta il giovane si mostrò sobrio, affabile, scherzoso. Così riferisce il cavaliere Vinta, da arguto toscano di Volterra:
«Entrata la fanciulla nel letto, il Sig. Principe alla mia presenza si disvestì et lo rividi tutto ignudo, che si mutò di camicia, et con le sue armi naturali entrò in steccato.»
Il segretario poté constatare di persona che tutto avvenne in modo naturale, grazie alla potenza virile del principe e, non contento, quando questo se ne fu andato, senza mostrare alcun imbarazzo o pudore, sottopose Giulia a un interrogatorio incalzante e particolareggiato, per avere conferma che non fosse più vergine.
Il Gonzaga tornò poi nel cuore della notte successiva, chiedendo al Vinta:
“Se ti contenti, vorrei dormire questa notte per mio capriccio con la giovine”.
Capriccio.

Il seguito della vicenda
La vicenda, riportata per vie semiufficiali nei resoconti degli ambasciatori – tutte voci maschili – si esaurisce qui per Giulia degli Albizzi, se si escludono alcune fantasiose supposizioni.
È a questo punto che irrompe nel panorama il frutto di approfondite ricerche di archivio che ci dà l’idea di quello che occorse alla giovane dopo la fatidica notte.
Si tratta del libro di Rosalia Manno, “Giulia: una donna nella Toscana dei Medici”, Firenze University Press, 2020.
La studiosa parte dal chiaro presupposto che nel passato non esistessero soltanto nobili e potenti, ma anche la gente comune spesso invischiata nelle loro trame. Ed è a questa gente che lei vuole dare voce nel suo scritto.
La lista delle fonti che Manno dichiara di aver attraversato nel corso della sua ricerca, per definire meglio il resto della vita di Giulia, è impressionante. Ancora più notevole è che l’accurata ricerca storica non venga mortificata, quanto piuttosto valorizzata, dal mettere in luce anche i pensieri e i sentimenti della giovane degli Albizzi. Un nuovo modo di scrivere con rigore storico anche un testo adatto alla divulgazione, cosa che dovrebbe essere – e a nostro parere è – una vera ricchezza.
Giulia, senza famiglia né punti di riferimento, fu costretta a sposarsi quello stesso anno, secondo le scoperte di Manno, con Cristofano Digni, figlio di uno degli accompagnatori che la scortarono a Venezia. Si trattava di un giovane interessato principalmente alla sua ricca dote.
La giovane si trasferì dunque a Pescia e il suo fu un matrimonio infelice e senza figli. Cristofano morì in carcere, solo e senza cure, alla fine del 1590.
Giulia si sposò altre due volte, prima con Sano Bardelli di Uzzano, dal quale ebbe due figli e infine, alla morte di questo, con Salustio Galeotti di Pescia, con il quale ebbe un rapporto sereno e dal quale ebbe tre figli; solo uno le sopravvisse.
Giulia morì infatti nel 1608, all’età di 45 anni.
Tutto questo è narrato nel libro di Rosalia Manno, con rigore storico e l’occhio di riguardo verso la vicenda umana della donna.
Un’altra storia assimila la nostra Giulia con l’omonima che sposò un tale Giulio Caccini, musico di corte dei Gonzaga, dando alla luce la musicista Francesca Caccini, ma non è supportata dalle fonti.
La vicenda di Giulia è stata infatti anche riportata con velleità romanzesche ne “I segreti dei Gonzaga” di Maria Bellonci (1947) e raccontata al cinema in “Una vergine per il principe” di Pasquale Festa Campanile (1965), film affossato dalla critica ma con un discreto successo di pubblico per le interpretazioni di Vittorio Gassman e Virna Lisi.
Oggi
Doveva arrivare naturalmente un’autrice irlandese perché questa storia incresciosa, quanto mai attuale per lo sfruttamento femminile, diventasse un romanzo.
L’autrice stessa, che ci ha raggiunto in un commento proprio qui sotto, ci dice di non essere a conoscenza dell’accurato lavoro di Rosalia Manno.
Il libro già uscito all’estero in primavera, arriverà da noi in traduzione, con buona pace degli autori italiani di talento e dei ricercatori attenti e scrupolosi.
Ho letto tutto con interesse. Vorrei solo precisare un paio di cose. Sono l’autrice di ‘La Vergine di Firenze’ (Piemme). Ma non solo per niente inglese. Sono IRLANDESE. Infatti il mio lavoro veniva sostenuto dall’Irish Writers Centre di Dublino. Ho la doppia cittadinanza – l’altra è italiana – siccome sono residente qua da anni. E’ non sono ‘esordiente’ ma già l’autrice di ben quattro romanzi e qualche novella scritti con pseudonimi. Peccato che lo splendido libro della Profssa Manno non avesse più pubblicità prima; il mio romanzo era già scritto e già in stampa quando l’ho scoperto.
Saluti
Katherine Hutton Mezzacappa
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Gentile Katherine, mi scuso per gli errori che ci segnali: per scrivere l’articolo ci siamo basate sulle informazioni date dalla casa editrice italiana, che segnala la traduzione, rilevando che il testo fosse in lingua originale inglese, e che ti indica come esordiente. Andremo ora subito a correggere.
Per il resto il nostro articolo non voleva mettere in discussione il tuo lavoro, ma da una breve ricerca sul web sul nome di Giulia degli Albizzi, salta immediatamente fuori il lavoro della Firenze University Press, scritto da Rosalia Manno, oltretutto facilmente reperibile su molte piattaforme online di vendita di libri.
Essendo due appassionate di storie di donne dimenticate dalla Storia ufficiale, ci spiace anche quando vengono dimenticate le studiose contemporanee, solo perché –magari– promosse da piccoli editori.
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