Nel capitolo 25 di Marmo e Fango incontriamo il pittore Nicolas Poussin nella sua casa di via Paolina, insieme a un impacciato e timido Matteo Bonucelli, il più disinvolto Cerquozzi e l’amico con cui Poussin aveva studiato a Roma, lo scultore fiammingo François Duquesnoy.
Oggi vi racconto la sofferta ascesa artistica di Nicolas Poussin, che è stato uno dei pittori più importanti sulla scena romana di metà ‘600.

Francese della Normandia, lasciò la casa natale dopo aver incontrato l’opposizione dei suoi genitori alla sua intenzione di intraprendere la carriera di pittore.
Nel 1612 raggiunse Parigi senza alcuna risorsa. Solo grazie a un ignoto gentiluomo del Poitou che lo accolse in casa, ebbe la possibilità di studiare la pittura.
Frequentò due atelier, vedendo per la prima volta le stampe di opere di Raffaello e Giulio Romano che lo affascinarono.
Ma a un certo punto il gentiluomo lo portò con sé nelle sue terre e Poussin, trattato lì come domestico, fuggì con i propri limitati mezzi prima a Parigi e poi, malato, di nuovo in Normandia.
Riprovò a tornare a Parigi qualche anno più tardi, frequentando presumibilmente alcuni dei pittori di corte più in voga.
Era ancora male in arnese, perché si allontanò nel 1619, lasciando l’affitto insaldato.
Lo ritroviamo a Lione nel 1622. Qui un mercante di velluti milanese acquistò una delle sue prime opere note: La morte di Chione.

Fu quella la svolta!
Quando tornò ancora a Parigi lo fece per rispondere a una commessa del Collège des Jésuites, dipingendo sei grandi tele. Questo gli diede finalmente risalto pubblico.
Incontrò Philippe de Champagne e arrivò a dipingere per il Palais du Luxembourg, la residenza di Maria de Medici.
In questi anni entrò anche in contatto con il letterato Gianbattista Marino. Quando lui tornò in Italia, Poussin trovò la spinta per seguirlo.

Sappiamo che Roma era piena di artisti provenienti da ogni parte d’Europa. A tenerne le fila era il cardinale Francesco Barberini, nipote di Papa Urbano VIII e mecenate d’arte.
Marino portò con sé Poussin a un banchetto pasquale e lo introdusse al Cardinale. Questo gli commissionò una “distruzione del tempio di Gerusalemme”.
Poco dopo però, nel 1625, Francesco Barberini partì per una lunga missione diplomatica, mentre Marino morì e Poussin restò di nuovo senza sostentamento.
A pancia vuota e malato, trovò accoglienza presso un francese che aveva fatto fortuna a Roma, non nell’arte, ma nella pasticceria: il pasticcere Dughet, addirittura al servizio del Papa.
Qui, curato dalla figlia di Dughet, ritrovò la salute e conobbe l’amore (insieme a qualche burroso dolcetto?).

Poussin abitò e studiò “l’antico”, che si trovava in ogni angolo della Città Eterna, insieme allo scultore fiammingo François Duquesnoy e pian piano entrò a far parte dell’Olimpo dei pittori francesi di Roma.
Quando Simon Vouet (che aveva diretto l’Accademia di San Luca) tornò in Francia, gli venne fatto ancora più spazio.
In quegli anni lavorò alacremente e nel 1630 sposò Anne Marie Dughet, installandosi finalmente in una grande casa- bottega in via Paolina.

In quell’occasione adottò come suoi allievi due fratellini della moglie, che a loro volta diventeranno un pittore paesaggista e un incisore.
Già in quegli anni il “Pussino” , come era chiamato a Roma, rinunciò alle grandi commesse di chiese e conventi per lavorare solo per i committenti che se lo contendevano.

Tornerà in Francia tra il 1640 e il 1642, sistemato alle Tuileres con tutti gli onori, poiché Richelieu voleva commissionargli le decorazioni del suo Palais.
Ma non restò a lungo lontano dalla Roma che lo aveva consacrato e dove morì nel 1665.

Una curiosità in più: il dipinto della Peste di Ashdod rimase a lungo nella bottega di mercantessa d’arte di Costanza Piccolomini.
Era un dipinto molto desiderato dai collezionisti dell’epoca: tra questi il Cardinale Giulio Mazzarino che mandò da lei l’agente d’arte Elpidio Benedetti per negoziare l’acquisto della tela. Costanza insistette a richiedere un prezzo ingente e l’affare non si fece.
Aalla fine però Costanza vendette proprio al prezzo iniziale al duca di Richelieu, confermando la sua abilità di mercantessa e di esperta di opere di pregio.