Coviello - M. Sand

I festeggiamenti di Carnevale nella Roma del ‘600

«IN UN CERTO TEMPO DELL’ANNO I CRISTIANI DIVENTANO PAZZI; MA GRAZIE A UNA CERTA CENERE, CHE NELLE CHIESE SI METTE LORO SUL CAPO, TORNANO IN Sé E GUARISCONO DALLA PAZZIA»

Sono le parole di un ambasciatore del sultano Solimano Ii, che aveva appena assistito alle feste di Carnevale in una città dell’Europa.

Tra le tante festività, molte dedicate a momenti religiosi, e che allietavano i romani nel ‘600 quelle di Carnevale erano forse le più attese e gradite.

Cominciavano undici giorni prima del mercoledì delle Ceneri, ma venivano interrotte il venerdì e le due domeniche. Restavano quindi otto giorni pieni di baldoria e follia.

Ogni anno il Carnevale veniva annunciato con un bando del Governatore di Roma che ne ribadiva le regole e i divieti.

Era vietato mascherarsi prima di mezzogiorno e dopo il suono dell’Ave Maria e naturalmente il venerdì e le domeniche.
Era proibito travestirsi da ecclesiastici e da religiosi. Non si potevano portare armi, né bastoni, né sassi. Le donne e i prelati non si potevano mascherare. Non si potevano usare parole “disoneste”.

Particolare attenzione veniva data alle meretrici. Le cortigiane non potevano travestirsi né girare in carrozza. A loro era anche vietato l’accesso al Corso che era il centro dei festeggiamenti (così come ai monaci)., ma potevano osservare dalle finestre, anche perché molte cortigiane vivevano nella zona
La Checca Buffona, una famosa cortigiana che sfidò le ire del Goveratore, mascherandosi e girando in carrozza a Carnevale venne arrestata e frustata.

La campana del Campidoglio dava inizio alle feste, inaugurate da una cavalcata delle autorità cittadine lungo la via del Corso. Immancabilmente si formava una terribile ressa di carretti e carrozze nelle vie limitrofe e sul Corso stesso.

Nel 1630 la pena per chi conduceva cocchi, carri, carrozze e carrette sulla via del Corso durante la Cavalcata consisteva in tre tratti di corda, «da darseli subito», nelle postazioni allestite al lato della strada, e nel sequestro del mezzo.

La cavalcata delle autorità seguiva un ordine rigoroso.
Il primo era il Governatore, seguito dagli alabardieri, dal Senatore cittadino, dagli staffieri, poi i Conservatori, il priore dei Capotori (i rappresentanti dei rioni cittadini), monsignor Fiscale, il Bargello e gli sbirri. Fino al 1668 apriva la sfilata un grottesco corteo di ebrei giovani e vecchi costretti a sfilare vestiti in modo grottesco o seminudi.

Dopo la cavalcata iniziavano i festeggiamenti veri e propri e il Corso si popolava di maschere di ogni genere. C’erano quelle tradizionali della Commedia dell’Arte, come Zanni, Pulcinella, Pasquariello…

E c’erano quelle ispirate ai mestieri: chi si vestiva da medico con siringhe e pitali appesi addosso, chi da sussiegoso avvocato con papelli e papiri.

I nobili attendevano la fine della Cavalcata per potersi muovere in carrozza o a cavallo e godersi la follia collettiva Li precedevano i servi a piedi, anch’essi mascherati con panieri colmi di uova svuotate e riempite di farina o di acqua e poi richiuse con la cera, che venivano lanciate sui malcapitati passanti.

Qualcuno legava un confetto al fondo di una canna da pesca e lo offriva ai passanti a patto che riuscissero a catturarlo solo con la bocca, senza l’uso delle mani.
Molti suonavano per le strade, tanti ballavano, tutti bevevano.
Dalle finestre veniva lanciata acqua, frutta, farina, cenere.

La festa era generale e ognuno faceva, per quei soli otto giorni all’anno, tutto ciò che voleva.

stampa popolare

Secondo i dettami del Governatore i prelati non potevano partecipare in maschera ai festeggiamenti di Carnevale. Ma naturalmente i tanti cardinali di Roma non aspettavano altro per l’ennesimo strappo alla loro condizione di religiosi.

Era il caso ad esempio dei due nipoti del Papa Urbano VIII, i cardinali Francesco e Antonio Barberini che si rincorrevano con le loro rispettive carrozze in circolo per tutta piazza del Popolo.

Il cardinale Francesco Barberini ritratto da Ottavio Leoni

Ludovico Ludovisi era noto per lanciare uova dalla sua carrozza sui passanti.
I cardinali Biscia e Bagni invece le lanciavano dalle finestre delle loro dimore.

I momenti più attesi delle celebrazioni erano le corse dei Palii, distribuite negli otto giorni di festa.

Il Palio degli ebrei si correva il primo lunedì di Carnevale: questi erano costretti a correre seminudi, esposti alle intemperie di febbraio, tra scherzi e pernacchie e anche bersagliati da lanci di fango.

Altre gare si svolgevano tra i giovani, tra i vecchi… Poi vi era la corsa dei bufali e quella degli asini, ma il più atteso restava (e resterà fino all’800 inoltrato) il Palio dei Berberi.

I cavalli da corsa, i berberi appunto, provenienti dalla zona Nord Africana della Barberia venivano addestrati nei mesi precedenti.

La corsa si svolgeva poco prima che calasse la notte lungo il Corso parato a festa e cosparso di pozzolana per evitare rovinose e tragiche scivolate.

La partenza era situata in piazza del Popolo. I cavalli, trattenuti da una corda, erano bardati con lamine d’oro e sfere di cuoio irte di punte che dovevano spronarli a correre più veloce.

Uno squillo di tromba dava il via alla gara, la corda veniva fatta cadere e i cavalli infilavano la via del Corso a tutta velocità, facendo scintillare le lamine d’oro, in un delirio di folla, per concludere la corsa dopo poco in piazza San Marco, quella che è l’attuale piazza Venezia.

Lì venivano recuperati dai palafrenieri mentre l’eccitazione del pubblico era ancora alla stelle.

Intanto scendeva la notte e scoppiavano i petardi a terra e i fuochi artificiali nel cielo di Roma. Ragazzini di strada soffiavano in conchiglie ritorte come fossero fischietti, i cocchieri imprecavano non riuescendo a liberare le loro carrozze dalla ressa, gli sbirri nella migliore tradizione picchiavano un po’ tutti quelli che capitavano loro a tiro.

Finita la festa in piazza, le case patrizie si animavano di cene, festini, commedie e balli.

Famose furono all’epoca le commedie scritte e messe in scena dal Cavalier Bernini, che era noto soprattutto per organizzare incredibili effetti speciali. Una volta rapprensentò una piena del Tevere con un’onda che sconvolse gli spettatori delle prime file. Altre volte mise in scena drammi sacri per i committenti cardinalizi e per il Papa. Un’altra volta scongiurò, sostituendosi all’ultimo, la reppresentazione di una commedia che voleva prendere in giro le sue ossessioni.

Tra le celebrità protagoniste del Carnevale romano bisogna ricordare nel 1656 la regina Cristina di Svezia che, in visita presso la corte papale, si fece costruire un palco sopraelevato all’angolo tra via del Corso e piazza S. Marco per osservare meglio i festeggiamenti carnevaleschi.

Cristina di Svezia ritratta da David Beck

Un’altra dama di rilievo nelle celebrazioni di diversi carnevali romani fu Maria Mancini Colonna.

Maria Mancini ritratta da Voet

La nipote di Mazzarino e moglie del Conestabile Colonna giudicò il Carnevale del 1663 un po’ fiacco e dunque organizzò una sfilata per animarlo. Il suo carro a tema Castore e Polluce venne ammirato da tutti per le strade di Roma.

Visto il successo replicò negli anni successivi: nel 1665 decide di mascherarsi da Clorinda, l’eroina di Tasso, scortata da quaranta cavalieri. Qualche anno più tardi fu la volta del carro dei pianeti e Maria sfilò in costumi piuttosto succinti da divinità. Nel 1669 si vestì da Armida a cavallo, accompagnata da ventiquattro cavalieri abbigliati alla turca con turbanti, cimbali e trombette.

Il suo esempio venne seguito da numerose nobili romane, subito criticate per dissolutezza, ma d’altronde a Carnevale… Tutto vale!

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