Conosciamo il genio di alcuni artisti attraverso le loro opere immortali.
Ad esempio se dico Gian Lorenzo Bernini non potete fare a meno di pensare alla sistemazione urbanistica di Piazza San Pietro con il suo colonnato, la fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona, la fontana del Tritone, le sculture di Apollo e Dafne, del Ratto di Proserpina, l’estasi di Santa Teresa o quella della Beata Ludovica Albertoni, tra le tante.





Bernini fu anche pittore e ci ha lasciato numerose tele, soprattutto ritratti privati, in vesti non ufficiali, e i suoi autoritratti. Il suo volto è anche tra quelli più noti della storia dell’arte grazie alla banconota da 50.000 lire che lo raffigurava tra il 1984 e il 1996.
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Al di là della sua grande personalità come artista, ci sono altre storie, vissute da questo personaggio che forse sono un po’ meno conosciute.
Una di queste è la sua storia d’amore, dall’epilogo violento, con Costanza Bonarelli o Bonucelli, discendente da un ramo viterbese e povero dei Piccolomini di Siena.

Nata a Viterbo ma cresciuta a Roma, dell’infanzia di Costanza non si hanno molte notizie se non che il padre era staffiere, che era orfana di madre e che ricevette diverse sovvenzioni da Confraternite per accumulare una cospicua dote.
Nel 1632, a 18 anni, sposò il ventottenne Matteo Bonarelli (o Bonucelli) che era scultore, restauratore e mercante d’arte. Con lui si stabilì in una casa alle pendici del Quirinale in vicolo Scarderbeg.
I primi documenti che attestano la collaborazione tra Matteo Bonarelli e Gian Lorenzo Bernini sono del 1636: una ricevuta di pagamento per tre putti di marmo.
Nel 1637 era sicuramente già finito il celebre ritratto di lei, scolpito da Bernini e definito, nell’ottobre di quello stesso anno dal letterato Fulvio Testi, come il più bel ritratto realizzato dallo scultore. Che Fulvio Testi menzionasse il busto in una lettera fa supporre che sia il ritratto, sia l’illecita relazione fossero piuttosto noti.
Intanto Matteo Bonarelli continuava le sue collaborazioni con Bernini all’interno della fabbrica di San Pietro.
Costanza nel busto che la ritrae è rappresentata con i capelli in disordine e una leggera camicia aperta sul davanti: la scultura sembra essere vicina ai ritratti pittorici di Bernini e trasmette un grande trasporto emotivo nei confronti della donna rappresentata.

Nel 1638 scoppiò lo scandalo, ma il povero Bonarelli non c’entrava nulla.
Una delle voci più diffuse era che Costanza frequentasse il fratello di Gian Lorenzo, Luigi, anche lui artista. Una notte il primo si appostò fuori dalla casa di lei, sperando di veder smentito il pettegolezzo. All’alba invece vide uscire Luigi dal portone e subito dopo vide lei che lo accompagnava per un ultimo bacio.
Gian Lorenzo aveva evidenti manie di grandezza tali da non poter sopportare il tradimento (che in ogni caso lui stesso aveva prima provocato nei confronti del Bonarelli). Immediatamente si scagliò contro il fratello con una spranga di ferro: gli ruppe due costole, ma forse l’avrebbe ucciso se non fosse stato per l’intervento di due passanti.
Costanza riuscì a riparare in casa, ma la vendetta si abbatté anche su di lei. Gian Lorenzo le mandò un servo che, con il pretesto di consegnarle un dono, la sfregiò con un rasoio.
Poiché il trattamento, pur descritto dal giurista Prospero Farinacci come atrox e grave, era di solito riservato alle prostitute, Costanza venne incarcerata come tale, con l’accusa di adulterio, nel monastero romano di Casa Pia.
Nel frattempo Gian Lorenzo non si placava. La madre Angelica scrisse al cardinale Barberini perché facesse qualcosa per “raffrenare l’impeto di questo mio figlio” che aveva minacciato il fratello Luigi anche con la spada.
Alla lettera rispose il Papa Urbano VIII in persona che glissò su Costanza sfregiata e su Luigi Bernini con le ossa rotte e si limitò a definire Gian Lorenzo come “uomo raro, ingegno sublime e nato per disposizione divina e per gloria di Roma a portar luce a questo secolo”.
Luigi, già fuggito a Bologna, venne esiliato da Roma, così come il servo colpevole dell’assalto. A Gian Lorenzo venne inflitta una multa da 3000 scudi, poi condonata.
Costanza dopo aver scritto una supplica al Governatore venne liberata e riconsegnata al marito il 7 aprile del 1638.
Sappiamo che i rapporti tra loro proseguirono in apparente concordia, ma non ebbero figli. Nel testamento del 1649 Matteo nomina erede universale la “Signora Costanza Piccolomini mia dilettissima moglie”.
Costanza avrà una figlia, Olimpia Caterina Piccolomini, poco più di un anno dalla morte del marito.
Gian Lorenzo si era intanto sposato nel 1639 con Caterina Tezio, dalla quale ebbe undici figli.