Naci yo, doña Catalina de Erauso,
en la villa de San Sebastián, de Guipúzcoa,
en el año de 1585 hija del capitán don Miguel de Erauso
y de doña María Pérez de Galarraga y Arce.
Così inizia la biografia di una donna spagnola vissuta nel Seicento e denominata dai suoi contemporanei la “monaca alfiere”.

Catalina de Erauso scrisse la storia della sua vita con la mano destra, più abile nel maneggiare la spada che la penna, ma riuscì lo stesso a commuovere i suoi contemporanei e ad arrivare persino alla corte del re di Spagna e dal Papa a Roma.
La sua vita, avventurosa e picaresca, conferisce alla biografia il carattere di un romanzo di cappa e spada anche se chi l’ha letta afferma che spesso “comunica l’emozione terribilmente forte della verità.”
Le sue avventure e imprese furono pubblicate nel 1625, a Madrid. E da queste, il discepolo prediletto del grande poeta spagnolo Lope de la Vega, Juan Pérez de Montalván, compose e fece rappresentare alla corte seicentesca di Filippo IV una commedia intitolata “La monaca alfiere”.
Da qui il soprannome con cui passò alla storia. Altre opere e romanzi vennero tratti dalla sua vicenda che ci accingiamo a raccontare.
Come leggiamo nelle prime righe della biografia, Catalina de Erauso nacque San Sebastián, nel paese Vasco spagnolo, nell’anno 1585. All’età di quattro anni venne rinchiusa nel convento di San Sebastián el Antiguo, diretto dalle suore domenicane dove sua zia, Doña Úrsula de Unzá y Sarasti, era priora.
All’epoca era normale chiudere in convento le bambine per essere educate secondo i criteri del cattolicesimo, ai “compiti del loro sesso” e poi sposate “como Dios manda”.
A causa della sua natura esplosiva e per la difficoltà delle monache nel controllarla, Catalina fu trasferita nel Monastero di San Bartolomé dove le regole erano molto più severe. Crescendo, la giovane si rese conto di non avere alcuna vocazione religiosa, rifiutando così di prendere i voti.
La notte di San Giuseppe del 1600, racconta nella biografia che venne alle mani con una suora più grande di lei, una vedova che spesso la maltrattava, e Catalina al colmo della tristezza fu a confidarsi con la badessa. Questa la rassicurò e le chiese un favore, le diede le chiavi della sua stanza per portarle un breviario. Nella stanza Catalina vide, appese in un angolo, le chiavi del convento.
Portò il libro alla badessa, trovò una cappa per nascondere il saio, si tagliò i capelli e scappò.
Aveva circa 15 anni e aprendo le porte del convento si ritrovò in strada. Scrive che non era mai stata all’esterno e mai aveva visto una strada. Non conosceva nulla a parte ciò che contenevano le mura del convento.
Non si perse d’animo e camminò di paese in paese mangiando erbe e mele che trovava lungo il cammino. Arrivò a Vittoria, città a 80 chilometri da San Sebastián. Lì conobbe, non spiega come, il dottor Don Francisco de Cerralta, che la accolse e le offrì ospitalità senza riconoscerla, nonostante fosse sposato con la cugina della madre della ragazzina.
Catalina rimase con il professore per 3 mesi, durante i quali imparò un po’ di latino. Ma il dottore voleva insegnarle anche altro e dopo un tentativo di abuso sessuale, la giovane gli rubò dei soldi e si unì a un mulattiere fino a Valladolid, dove in quel tempo risiedeva la corte del re Filippo III.
Catalina riuscì a entrare a corte prestando servizio come paggio del segretario del re, travestita da uomo e sotto il nome di Francisco de Loyola.
Sotto la sua nuova identità non fu capace di riconoscerla nemmeno suo padre, buon amico del segretario del re che era giunto a corte nella ricerca della figlia fuggitiva.
Il padre descriveva il suo aspetto fisico e raccontava il modo in cui era scappata dal convento. Parlò con la ragazza e non la riconobbe, tuttavia Catalina spaventata all’idea di tornare sotto la tutela paterna, scappò a Bilbao, ma non ebbe la stessa fortuna dei luoghi precedenti, non trovando alloggio, né padroni.
Inoltre, lungo il tragitto alcuni giovani tentarono di aggredirla, lei si difese con una pietra e ne ferì uno. Di conseguenza, fu arrestata e dovette trascorrere un mese in prigione finché il giovane non fu guarito.
Una volta uscita di prigione si recò in Navarra dove trovò lavoro come paggio, ormai non abbandonava più il suo abbigliamento maschile, presso un importante signore locale. Dopo due anni trascorsi al servizio di questo signore, e “per nessun altro motivo se non il mio gusto”, come lei stessa scrive nelle memorie, tornò a San Sebastián, sua città natale, dove visse come un uomo e frequentò persino i suoi parenti, assistendo alla messa nel suo vecchio convento con le sue ex compagne, senza mai essere riconosciuta.
Ma il carattere inquieto la portò a ottenere un posto come mozzo sul galeone del capitano Esteban Eguino, cugino di primo grado di sua madre, naturalmente ignaro della parentela.
Catalina si imbarcò il Lunedì Santo dell’anno 1603 diretta in America, evidentemente sentiva lo stesso ardore dei baschi del suo tempo: il richiamo delle Indie.
Navigò e lavorò come mozzo. La qual cosa ci stupisce perché in un ambiente ristretto come una nave, dove i marinai vivono in totale assenza di intimità, lei è riuscita comunque a nascondere la sua condizione. Apparentemente il suo fisico non era affatto femminile, il che la aiutò nell’inganno. Sembra che abbia confessato in un’occasione di “essersi asciugata il seno” con un unguento italiano segreto.
Giunse quindi nel Nuovo Mondo e iniziò una serie di avventure e disavventure degne di un romanzo di Dumas, o meglio avventure degne del Cid, visto che di una spagnola si tratta, ma le racconteremo nella seconda parte.
Di Catalina di Erauso abbiamo un solo ritratto del 1630, (quello posto in alto nell’articolo) tradizionalmente attribuito a Francisco Pacheco, suocero di Velázquez, ma attualmente assegnato a Juan van der Hamen. Questo dipinto è stato preso come modello per varie incisioni e busti scultorei, come quello del Parco di Miramar nella sua città, San Sebastian, che proponiamo qui sotto. Il quadro, dopo diversi passaggi di proprietà, fu acquisito dalla Cassa di Risparmio Municipale (Kutxa) di San Sebastián nel 1970 e fu salvato in extremis da un incendio nel 1971. Restaurato nel 2015, si ritiene ormai certo che il suo autore sia stato Van der Hamen.
