Cécile de La Baume: abiti maschili e libertà, la storia dei pantaloni femminili.

Una delle protagoniste di Bastarde di Francia ha il “brutto” vizio di vestire i pantaloni e di arrampicarsi sui tetti…

Per chi ha letto i tre libri della nostra saga le caratteristiche di Cécile de La Baume sono ormai note: la più impulsiva delle nostre due eroine ha un completo da caccia, in morbida pelle di camoscio, nascosto nel suo baule e lo indossa ogni volta che vuole sfuggire al controllo maschile, per vendicarsi o per restare da sola in un luogo isolato e possibilmente molto alto!

Ma era facile che una donna nel Seicento potesse vestire abiti maschili?

Pare, dai racconti dei contemporanei, che la duchessa di Chevreuse, che nei nostri romanzi viene spesso nominata, più di una volta si sia vestita da paggio per montare a cavallo e raggiungere alcune destinazioni nella notte, senza suscitare attenzioni o clamore. Se le vicende di una temeraria come la duchessa di Chevreuse sono giunte fino a noi, e con esse alcuni episodi riconducibili alla contessa di Verrua o alle sorelle Mancini, le nipoti del cardinale Mazzarino, possiamo supporre che il tentare di passare inosservate con abiti maschili valesse anche per altre figure femminili meno note.

Indubbiamente i vestiti da uomo erano più comodi per cavalcare, oltre ad avere l’evidente pregio di confondere un malintenzionato che avrebbe potuto abusare di una donna, ma ci avrebbe pensato due volte ad aggredire un uomo, seppur dal fisico minuto.

Eppure questa confusione di abbigliamento era mal tollerata, se non proibita.

Il 30 maggio del 1431 una ragazza di diciannove anni fu condannata dalla Chiesa per eresia e bruciata viva a Rouen con l’accusa di aver indossato abiti maschili: era Giovanna d’Arco. Chiaramente si trattava di un pretesto per condannarla, ma ci fa capire come in passato un abbigliamento non consono costituisse eresia e un reato.

Pagina finale del processo, con i sigilli notarili, e prima pagina dell'informazione postuma

Ma veniamo a tempi ben più recenti. Tra Seicento e Settecento abbiamo parlato di Mademoiselle Maupin, teatrante, cantante lirica e spadaccina che ispirò il romanzo epistolare di Théopile Gautier: per tirar di spada e battere più di un avversario maschio alla volta, l’eroina calzava le braghe.
E io so che tutti guardavate Lady Oscar, e la questione lì non è mai stata affrontata, tanto da farci credere che forse nel ‘700 fosse tollerato un abbigliamento maschile su una donna.

Ma pochi giorni fa a Parigi mi sono trovata a passeggiare in Avenue de La République e sono incappata nella vetrina di un negozio, 26 Brumaire, dove era esposto un articolo di giornale: lo vedete in basso a destra accanto alla porta d’ingresso. Ho scoperto così che la questione dei pantaloni come abbigliamento femminile è più recente di quanto credessi.

L’articolo parla di un’ordinanza della Prefettura di polizia parigina che nel novembre del 1800 autorizza il “travestimento da uomo delle donne” qualora esse tengano in mano il manubrio di una bicicletta o le redini di un cavallo. Insomma l’abito maschile scandaloso era concesso solo in alcuni casi, per mera comodità.

In effetti dall’inizio della Rivoluzione francese, con i sanculotti che indossavano calzoni fino alle caviglie al posto delle culottes aristocratiche, anche le donne del popolo adottarono i pantaloni con più frequenza. Dunque arrivò un’ordinanza, datata 26 Brumaio – il nome rivoluzionario del mese di novembre) – per regolamentare con rigore le tenute di vestiario nella Capitale.

Ogni donna che vorrà abbigliarsi da uomo dovrà presentarsi alla Prefettura di polizia con un certificato medico per poter avere l’autorizzazione.

L’ordinanza cadde progressivamente in prescrizione, ma l’abrogazione ufficiale della norma si ebbe soltanto il 27 dicembre 2012: ora sì che possiamo portare i pantaloni a Parigi, senza pensieri!

Attenta a non finire nei guai, Cécile!

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