George de La Tour – alla luce di una candela

The New-born *oil on canvas *76 × 91 cm *1600-1652

La settimana scorsa abbiamo riflettuto su come poteva essere difficile immaginare il proprio volto in un’epoca con pochi specchi e senza “selfie”.

Questa volta vogliamo offrire una riflessione su un altro aspetto che non è semplice immaginare senza averlo vissuto: la luce o meglio l’assenza di luce.

Scrivendo ci capita spesso di immaginare qualche scena serale o notturna; descriviamo le espressioni che si disegnano sui volti dei nostri protagonisti… Ma cosa si riusciva davvero a vedere senza elettricità e lampadine?

Era come muoversi in un eterno black out… Ne abbiamo avuto qualche assaggio in queste estati che abusano dei condizionatori e capirete che non è semplice.

Eccettuate le rare sere in cui la luna piena splendeva senza nubi, le strade di notte erano pericolosissime. Dopo il tramonto non si viaggiava e anche in città la circolazione era fortemente sconsigliata. Dietro ogni angolo si poteva annidare un malvivente pronto a colpire. Probabilmente alla cieca.

Prendiamo Parigi, come al solito.

Durante il regno di Philippe IV il Bello (1286-1314) c’erano solo tre luci notturne: una sotto la volta della prigione del Grand-Châtelet, una alla Torre de Nesle e l’ultima al Cimitero degli Innocents.

Diverse ordinanze sotto Louis XII (1498-1515), François I (1415-1547) e Henri II (1547-1559) prescrivevano di tenere una candela accesa ad almeno una finestra di ogni casa. Ma ben pochi rispettavano questa legge (i tavernieri ad esempio per ovvie ragioni) e c’erano almeno 15 persone assassinate nel buio di ogni notte.

Il sistema dell’illuminazione mobile risale al 1662: in alcuni incroci si trovavano dei portatori di lume che per cinque soldi per ogni sezione di candela consumata potevano accompagnarvi dove volevate. Quelli che lavoravano con le lanterne a olio chiedevano invece tre soldi a quarto d’ora, muniti di una precisissima clessidra a sabbia! 😀

All’interno delle abitazioni le cose non andavano meglio.

Prendiamo dunque in prestito le immagini di Georges de La Tour, pittore lorenese, di ispirazione caravaggista, che nel 1638 visse con la sua famiglia nelle gallerie del Louvre come “Pittore ordinario del Re”. Tralasciando le vicende della sua vita, che vi racconteremo magari in altra occasione, ci siamo concentrate sulla sua rappresentazione della luce.

È la luce della candela, che rende morbide le ombre dei visi.

La carrellata dei suoi dipinti rende bene l’idea dell’illuminazione soffusa, o meglio della penombra ambrata, che doveva caratterizzare quegli anni.

Non pensate solo a scene notturne: d’inverno a causa della scarsità di luce, ci si alzava più tardi al mattino e si andava a dormire prima la sera. I lavori che necessitavano di precisione erano più complicati e lenti e molti si rovinavano gli occhi a cucire, ricamare, scrivere e leggere.

Per forza di cose ogni azione dipendeva da un qualcosa di esterno che non si poteva modificare, se non accomodare appena. Ovviamente le candele di più buona qualità erano costose e ad appannaggio esclusivo dei più ricchi.

Dopo aver visto questi dipinti, quando leggerete di qualche scena che si svolge al lume di una sola candela, vi immergerete ancora meglio in quell’atmosfera soffusa.

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